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Giacomo Joyce

Giacomo Joyce.

 

 

Un amore di Giacomo. Una narrazione ‘minimale’ all’interno d’un quadro ben più vasto, fatto di grandi temi che toccano la filosofia e l’essenza delle cose, spaziano sulle tematiche universali dell’uomo. Una narrazione che sembra focalizzarsi, da una parte, sull’intimo desiderio dell’Io maschile che sogna una figura femminile reale e idealizzata, che la vagheggia e la possiede, non si sa se nei fatti o nell’immaginario; e, dall’altra parte, su una giovane donna che quell’Io vuole e rifiuta allo stesso tempo, spirito e carne, e che talvolta lo soggioga fino allo stremo, fino alla liberazione finale. Questo è Giacomo Joyce, il poemetto in prosa di James Joyce, pubblicato postumo.

[da: Crivelli, Renzo. 2017. Un amore di Giacomo. Poemetto in prosa di James Joyce nella Trieste di primo novecento. Roma: Lit Edizioni Srl]

 

È così che Renzo Crivelli descrive l’opera forse meno famosa dello scrittore irlandese, nella traduzione italiana da lui curata. Composto forse in seguito ad un’incitazione da parte di Svevo (“Quand’è che scriverai un’opera italiana sulla nostra città? Perché no?”), Giacomo Joyce è l’unico scritto di Joyce ambientato interamente a Trieste. Come spiega Richard Ellmann, biografo di Joyce e autore dell’introduzione alla prima edizione del poemetto,

 

[l]a città di Trieste, come Dublino, è descritta in modo indiretto, ma, diversamente da Dublino, utilizzando solo occasionalmente nomi di luoghi reali. Una strada di montagna, un ospedale, una piazza, un mercato rimangono deliberatamente non identificati. Tuttavia, iniziano ad esistere realmente una volta visitati dalla ragazza o dalla sua famiglia.

[da: Ellmann, Richard. 1968. Introduzione a Giacomo Joyce, di James Joyce. Londra: Faber and Faber]

 



 

Scritto a mano su entrambi i lati di otto fogli non datati e raccolti in un semplice quaderno dalla copertina blu, Giacomo Joyce è il racconto in prima persona – e probabilmente autobiografico in molti aspetti – dell’interesse sviluppato dal narratore nei confronti di una misteriosa ragazza triestina a cui egli dava lezioni di inglese. L’identità di tale ragazza, tuttavia, rimane un mistero. Critici e studiosi di Joyce hanno sviscerato il poemetto, tentando di capire chi sia effettivamente stata la “musa ispiratrice” dello scrittore, ma il raggiungimento di una risposta univoca e definitiva non è ancora stato ottenuto. Nel corso degli anni, però, la gamma di possibilità è stata ridotta a, fondamentalmente, tre donne, tutte alunne di Joyce: Amalia Popper, Emma Cuzzi e Annie Schleimer.

 

Amalia Popper.

Amalia Popper, figlia di Leopold Popper e Letizia Luzzatto, fu, secondo la maggior parte delle fonti, allieva di Joyce tra il 1908 e il 1909. Una volta cresciuta lasciò Trieste e si trasferì a Firenze per proseguire gli studi all’università, città in cui incontrò anche Michele Risolo, colui che in seguito diventerà suo marito. Amalia fu anche la prima traduttrice italiana di Joyce, che si cimentò nella traduzione di alcuni racconti contenuti in Gente di Dublino; apparsi sul Piccolo nei primi anni ’30, verranno poi raccolti e pubblicati nel 1935 in un volume intitolato Araby, corredati anche da una breve biografia autorizzata e corretta dallo stesso Joyce. Fu proprio Richard Ellmann ad identificarla come la giovane ragazza che tanto aveva affascinato Joyce, e, il fatto che la prima edizione di Giacomo Joyce fu pubblicata l’anno dopo la morte della donna, aiutò a rafforzare tale teoria.

 

Annie Schleimer.

Nel 1982, il letterato triestino Stelio Crise mise in dubbio la teoria di Ellmann, sostenendo che, in realtà, la “donna del mistero” era Annie Schleimer. Di madrelingua tedesca e religione cattolico-romana, fu allieva di Joyce nel 1905 e, secondo numerose testimonianze, ebbe una relazione con il suo maestro – relazione che fu interrotta dal padre di lei. Non si sposò mai: visse tutta la vita con il padre, a cui era particolarmente devota, guadagnando qualche soldo dando lezioni di pianoforte.

 

Emma Cuzzi.

Nel 1996, infine, nel suo libro Tutto è sciolto. L’amore triestino di Giacomo Joyce, il giornalista Riccardo Curci prese le distanze sia da Ellmann che da Crise, proponendo Emma Cuzzi come possibile “musa” dello scrittore irlandese. Dopo essere stata obbligata dal padre a lasciare il Liceo Femminile – egli preferiva, infatti, che fosse educata in casa – iniziò a ricevere lezioni di inglese da Joyce insieme alle compagne Maria Luzzatto e Olivia Hannapel. Visse tra Trieste, Firenze e Roma, dove, nel 1931, ottenne il diploma di infermiera professionale. Nel 1939 sposò Aganippo Brocchi, con cui si trasferì a Milano – città dove rimase fino alla sua morte.

 

 

Ma “chi?”

Come a voler alimentare i dubbi riguardante l’identità della misteriosa ragazza, questa è la domanda con cui si apre Giacomo Joyce. Le teorie formulate dagli studiosi joyciani menzionati in precedenza nel tentativo di dare una risposta a tale domanda sono fondate su indizi ben precisi, che mettono in relazione passi del poemetto con gli avvenimenti e gli aspetti che hanno caratterizzato la vita delle ragazze. Ma quali sono, esattamente, questi indizi?

 

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Quale delle tre teorie sia più persuasiva, è difficile dirlo. In ognuna delle tre donne possono essere individuate alcune delle caratteristiche espressamente descritte in Giacomo Joyce, ma non si può nemmeno negare che, ognuna delle tre, difetta di elementi altrettanto fondamentali. A questo punto, non è irragionevole supporre che, durante la stesura del poemetto, Joyce abbia preso in prestito tratti distintivi di ognuna delle sue allieve, combinandoli ad arte per creare la figura di una donna sì idealizzata, ma che, potendo essere descritta da caratteristiche ben definite, appare reale più che mai.